Egregio direttore,
non è ancora passata una settimana dal voto amministrativo e già sono comparse notevoli analisi del risultato. Anche il mio partito, uno degli sconfitti, ha cominciato ad aprire qualche prima forma di dibattito interno, sia a livello nazionale che a livello locale. Non potendo interagire nella discussione nazionale, perché ad altri compete, non voglio però lasciar cadere nel vuoto il “sasso” lanciato dal mio presidente Salini il quale dice, dalle pagine del suo sito e ripreso da questo quotidiano, in sintesi, che il collante valoriale del Pdl esiste ma che va ripensata la struttura partito, sposando così la proposta, già da altri avanzata, delle primarie anche all’interno del Popolo delle Libertà.
Sento il dovere, da vice coordinatore provinciale del Pdl, di proseguire questo dibattito con il mio Presidente, anche se attraverso le colonne del giornale (che probabilmente ha il pregio di rendere pubblico e trasparente un sereno confronto di idee, finalmente), perché proprio questo deve cominciare o tornare a fare un partito: dibattere di contenuti ma anche di se stesso. E allora penso che sì, è vero, un collante valoriale esiste, sui grandi temi e valori di riferimento (vita, famiglia, radici cristiane, nazione, amor di patria, giustizia e legalità) siamo un partitogranitico, ma già se scendiamo a dibattere di economia sono certa che emergano importanti differenze che invece di essere viste come dannose andrebbero colte come ineguagliabili opportunità di crescita. Ancora non siamo però un partito nel vivere l’essenza stessa di esso. Vorrei richiamare l’attenzione di tutti quelli che, forse con troppa facilità, sono soliti dire: «Il Pdl è un partito che non esiste».
Il partito non è una scatola di cartone che quando non va bene viene buttata via e mandata a riciclare; il partito non può essere scisso dalle persone che scelgono liberamente di aderirvi e rappresentarlo. I grandi nomi del passato con i quali identificavamo i partiti di riferimento erano, prima di qualsiasi altro ruolo, persone, persone che incarnavano ideali, idee, progetti, che con orgoglio rappresentavano una visione della vita e della società per la quale erano disposti a immensi sacrifici. Di tutto ciò oggi troviamo ben poco. Allora quando parliamo di partito, ma direi partiti in generale, dobbiamo cominciare ad avere il coraggio di non parlare più di entità astratte, ma di persone. A partire da noi, perché anche io e te, presidente, siamo Pdl. Non credo che le primarie possano essere la panacea di ogni male. Innanzi tutto non vorrei che il mio partito, per uscire dalla sua crisi, scimmiotti il Pd e ne diventi la brutta copia, anche perché non è un bell’esempio da cui trarre insegnamento.
Proprio le primarie hanno ancor più lacerato il Pd e ciò è dimostrato dal fatto che ogni volta è emerso un vincitore delle primarie, non del Pd. Non voglio che il mio partito assomigli alla sinistra moderata di oggi che quando canta vittoria (per me impropriamente, in quanto credo che del pacchetto amministrative l’unica vera vittoria per il Pd sia stata Torino) lo fa con lo slogan «Berlusconi sconfitto»; voglio un partito che vinca per e non contro qualcuno, voglio un partito che vinca per le idee, i progetti, gli ideali e i sogni, voglio un partito che vinca per gli italiani che lo votano e anche per quelli che lo avversano. E allora forse serve tornare ad una classe dirigente preparata, prima di parlare di primarie; serve trovare il modo di trasmettere una cultura di partito, una cultura di militanza, di servizio, di abnegazione, una cultura di appartenenza prima che di pretesa del posto, una cultura del dare prima di ricevere. Occorre arrivare a dire che la gavetta non è una punizione o una umiliazione, ma è necessaria per saper fare politica e governo responsabilmente.
E se non arriviamo a condividere questi fondamenti, nemmeno i congressi potranno essere la risoluzione al nostro problema; ciò lo dico da persona che ha partecipato e vinto due congressi entrambi di scontro (mai a candidatura unitaria) e che tra candidature di servizio e vere per il partito, nella mia storia politica, si è spesa sei volte senza mai perdere la voglia e l’entusiasmo di andare avanti a dare.Le sconfitte possono fare bene se vengono capite. Ricordiamoci che governiamo il Paese, la stragrande maggioranza delle Regioni, tante Province e tantissimi Comuni. Abbiamo il dovere di assolvere un compito e rispondere, con il sorriso, a tutti quei cittadini che ogni giorno ci fermano per strada. Abbiamo perso? Noi Pdl dobbiamo rispondere «Sì, abbiamo perso»,maora dobbiamo e possiamo rimediare, non con la «notte dei lunghi coltelli», ma con un senso di responsabilità nuovo, profondo e d’ora in avanti serio. Questo ci chiedono gli italiani e questo ciascuno di noi deve sentirsi in obbligo di fare per la sua parte di responsabilità. Io prima di te, presidente Salini, ma nessuno provi a chiamarsi fuori. |